29/11/17

Il judo e Machiavelli (o viceversa)

Resultado de imagenResultado de imagen de jigoro kano Il Judo, quest'antica e iper-regolamentata arte di lotta giapponese, è una pratica molto machiavelliana. L’arte di invertire i pronostici. Il debole vince il forte, la forza dell'altro usata per moltiplicare la propria - come si vide nel lontano 1886, quando i giovani judoka di Jigoro Kano, il padre fondatore del Judo, si imposero all’onnipontente scuola di ju-jutsu (la dura arte marziale sino ad allora imperante) del Maestro Hikosuke Totsuka, nel titanico scontro per il titolo di allenatori ufficiali della polizia di Tokio.

Il Judo fa della debolezza, forza, perché non è altro che un insieme di pratiche per imbrigliare un aggressore, ma - più ancora e più in generale - per imparare a valutare, soppesare, sempre, l'esatta dimensione degli altri, la reale consistenza - il fiato il sudore lo sguardo ravvicinato lo sforzo la speranza la disperazione... - di un individuo, dell'individuo.

Il Judo è cedevole, flessibile, adattabile – ju, come il giunco. Ma sa cadere. Per questo si rialza.
E quando si rialza, sa dove andare, conosce la via per proseguire: –do, la “via”, appunto, il “sentiero”, il percorso: in senso fisico e in senso spirituale, perché, al pari dei migliori di noi, gli orientali sanno che queste dimensioni non si possono e non si devono scindere.

E certo, anche il judo nasce da un fratricidio - come Roma, come le grandi imprese: “Kano scelse per il suo metodo il nome di Judo, ma per distinguersi da un'altra scuola, Jikishin Ryu, che aveva usato questo termine, completò il nome in Judo Kodokan” (Storia del judo, Uisp Nazionale).

Jigoro Kano, il padre fondatore, lasciò detto: 
«Il Judo non è soltanto uno sport. Io lo considero un principio di vita, un’arte e una scienza [...]. Deve essere libero da qualsiasi influenza esteriore, politica, nazionalista, razziale, economica, od organizzata per altri interessi. Tutto ciò che lo riguarda non dovrebbe tendere che a un solo scopo: il bene dell’umanità».  Proprio come la Politica.


...E no, questo non si porta all'esame. ;)

20/11/17

Cicerone, Machiavelli e l'Occasione

E essaminando le azioni e vita loro, non si vede che quelli avessino altro da la fortuna che la occasione, la quale dette loro materia a potere introdurvi drento quella forma che parse loro: e sanza quella occasione la virtù dello animo loro si sarebbe spenta, e sanza quella virtù la occasione sarebbe venuta invano.
(Il Principe, cap. VI)

Cicerone tratta dell'occasione, occasio, nel suo De officiis, all'interno della trattazione del concetto di decoro, cioè il senso della misura, dell'appropriatezza, dell'opportunità.
Ecco il passo (De officiis I, 142-143):




...E, naturalmente, il Capitolo Dell'Occasione ;)

- Chi se' tu, che non par' donna mortale,
di tanta grazia el ciel t'adorna e dota?
Perché non posi? e perché a' piedi hai l'ale? -
- Io son l'Occasione, a pochi nota;
e la cagion che sempre mi travagli,
è perch'io tengo un piè sopra una rota.
Volar non è ch'al mio correr s'agguagli;
e però l'ali a' piedi mi mantengo,
acciò nel corso mio ciascuno abbagli.
Li sparsi mia capei dinanti io tengo;
con essi mi ricuopro il petto e 'l volto,
perch'un non mi conosca quando io vengo.
Drieto dal capo ogni capel m'è tolto,
onde invan s'affatica un, se gli avviene
ch'i' l'abbi trapassato, o s'i' mi volto. -
- Dimmi: chi è colei che teco viene? -
- È Penitenzia; e però nota e intendi:
chi non sa prender me, costei ritiene.
E tu, mentre parlando il tempo spendi,
occupato da molti pensier vani,
già non t'avvedi, lasso! e non comprendi
com'io ti son fuggita tra le mani. 


15/11/17

Massime dal "Principe".

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  Tutti gli Stati, tutti i dominii che hanno avuto, e hanno imperio sopra gli uomini, sono stati e sono o Repubbliche o Principati. I principati sono o ereditari, de' quali il sangue del loro Signore ne sia stato lungo tempo Principe, o e' sono nuovi. I nuovi o sono nuovi tutti, come fu Milano a Francesco Sforza, o sono come membri aggiunti allo stato ereditario del Principe che gli acquista, come è il Regno di Napoli al Re di Spagna. Sono questi dominii, così acquistati, o consueti a vivere sotto un Principe, o usi ad esser liberi; ed acquistansi o con le armi di altri o con le proprie, o per fortuna o per virtù.
(Il Principe, incipit).

La natura de' populi è varia; ed è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile fermarli in quella persuasione.
(cap. VI)

Perché in ogni città si trovano questi duoi umori diversi, e nascono da questo, che il popolo desidera non esser comandato nè oppresso da' grandi, e i grandi desiderano comandare e opprimere il popolo; e da questi duoi appetiti diversi surge nelle città uno de' tre effetti, o Principato, o Libertà, o Licenza.  (cap. IX)

Quello del popolo è più onesto fine che quel de' grandi, volendo questi opprimere, e quello non essere oppresso (cap. IX).

E molti si sono imaginati republiche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero; perché egli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si doverrebbe fare impara piuttosto la ruina che la perservazione sua: perché uno uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni. Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, e usarlo e non l’usare secondo la necessità. (cap. XV)

Deve nondimeno il Principe farsi temere in modo, che, se non acquista l'amore, e' fugga l'odio, perché può molto bene stare insieme esser temuto, e non odiato; il che farà, semprechè s'astenga dalla roba de' suoi cittadini, e de' suoi sudditi, e dalle donne loro. (cap. XVII)

Nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de' Principi, dove non è giudizio a chi reclamare, si guarda al fine. Facci adunque un Principe conto di vivere e mantenere lo Stato; i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli, e da ciascuno lodati (cap. XVIII)

Gli uomini in universale giudicano più agli occhi che alle mani, perché tocca a vedere a ciascuno, a sentire a pochi. Ognun vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei (cap. XVIII)

Nondimanco, perché il nostro libero arbitrio non sia spento, giudico potere esser vero, che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che ancora ella ne lasci governare l'altra metà, o poco meno, a noi. Ed assomiglio quella ad fiume rovinoso, che quando ei si adira, allaga i piani, rovina gli arbori e gli edifici, lieva da questa parte terreno, ponendolo a quell'altra; ciascuno gli fugge davanti, ognuno cede al suo furore, senza potervi ostare; e benché sia così fatto, non resta però che gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi possino fare provvedimenti e con ripari, e con argini, immodoché crescendo poi, o egli andrebbe per un canale, o l'impeto suo non sarebbe sì licenzioso, né sì dannoso. Similmente interviene della fortuna, la quale dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resistere, e quivi volta i suoi impeti, dove la sa che non sono fatti gli argini, né i ripari a tenerla. (cap. XXV)


31/10/17

La magnanimità, concetto antico


 Imagen relacionada In Cicerone, la magnanimitas, insieme alla fortitudo (fortezza) viene definita con l’espressione «animi excelsi atque invicti magnitudo ac vis» ("grandezza e forza di un animo eccelso e invitto"; cfr. De officiis I, 15). 
La magnanimitas teorizzata da Aristotele  (Etica Nicomachea, 1123a-1125b) si defiisce come «una specie di ornamento delle virtù: essa infatti le rende più grandi e non può sorgere senza di esse» (1124a). Aristotele insiste anche sulla moderazione e l’autocontrollo del magnanimus, e con questa serie di tratti il concetto passa all'epoca umanistica e al Rinascimento, che ne intravede le potenzialità per la caratterizzazione dell'"uomo forte", il princeps o il "principe civile" machiavelliano.

Essa finisce per riunire in sé tutte le virtù politiche: come scrive ai primi del Cinquecento l'umanista e politico Giovanni Pontano, «Non si tratta di essere solo benefico... né solo cultore della giustizia, la temperanza e la continenza, ma anche della fortezza, perché anche se i pericoli e le situazioni di pericolo in cui si mette in gioco la vita sono la materia stessa della fortezza e quasi il suo campo d'azione, tuttavia anche la magnanimità si esercita in queste cose e cerca in esse onore e gloria» (De magnanimitate, XXXIII, 2).

Le immagini degli avi.


Un articolo, "extravagante", del Professore.


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11/10/17

Vi fu un tempo....

Cicerone, De inventione, I, 2
Resultado de imagen de uomini lavorando la terra antichi
Nam fuit quoddam tempus, cum in agris homines passim bestiarum modo vagabantur et sibi victu fero vitam propagabant nec ratione animi quicquam, sed pleraque viribus corporis administrabant, nondum divinae religionis, non humani officii ratio colebatur, nemo nuptias viderat legitimas, non certos quisquam aspexerat liberos, non, ius aequabile quid utilitatis haberet acceperat. Ita propter errorem atque inscientiam caeca ac temeraria dominatrix animi cupiditas ad se explendam viribus corporis abutebatur, perniciosissimis satellitibus. Quo tempore quidam magnus videlicet vir et sapiens cognovit quae materia esset et quanta ad maximas res opportunitas in animis inesset hominum, si quis eam posset elicere et praecipiendo meliorem reddere; qui dispersos homines in agros et in tectis silvestribus abditos ratione quadam conpulit unum in locum et congregavit et eos in unam quamque rem inducens utilem atque honestam primo propter insolentiam reclamantes, deinde propter rationem atque orationem studiosius audientes ex feris et immanibus mites reddidit et mansuetos.

Ci fu un tempo in cui gli uomini vagavano qua e là nei campi come bestie e si procuravano da vivere col cibo selvatico, non facevano le cose con razionalità, ma si basavano per lo più sulla forza fisica; non si praticava ancora il culto religioso né si seguiva un criterio nella suddivisione dei ruoli umani; nessuno aveva mai visto matrimoni regolati dalle leggi né il concetto di figli legittimi, né aveva compreso quali vantaggi portasse l’uguaglianza giuridica. E così per errore ed ignoranza la passione, dominatrice cieca e incontrollata dell’animo, per soddisfare i propri bisogni si avvaleva in modo irrazionale della forza fisica, compagna rovinosissima. In quel tempo, qualcuno, evidentemente grande e saggio, si rese conto di quale potenziale innato e di quanta attitudine a cose straordinarie fosse insita nella mente degli esseri umani, se solo si fosse potuto tirarla fuori e migliorarla con l’educazione; costui grazie alla ragione fece sì che la gente disseminata nei campi e riparata in dimore di fortuna in mezzo ai boschi si raccogliesse in uno stesso luogo e vi si riunisse per una vita associata e, portandoli a capire il concetto di utilità e di dignità, mentre in un primo tempo recalcitravano perché non vi erano abituati, poi prestavano ascolto con sempre maggior interesse per la componente della razionalità e della parola di cui erano dotati, li fece diventare da esseri bestiali e disumani a creature civili.

01/05/17

LA FILOLOGIA

L’arte di separare nelle parole l’auro dal ferro et trovare la verità occulta o corrupta dal tempo e dalli omini: la Filologia, che è spada tagliente della maschera della hypochrisia cum la quale il potere occulta il suo verace vulto bestiale e violento.


(ps. Giordano Bruno)