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20/11/17

Cicerone, Machiavelli e l'Occasione

E essaminando le azioni e vita loro, non si vede che quelli avessino altro da la fortuna che la occasione, la quale dette loro materia a potere introdurvi drento quella forma che parse loro: e sanza quella occasione la virtù dello animo loro si sarebbe spenta, e sanza quella virtù la occasione sarebbe venuta invano.
(Il Principe, cap. VI)

Cicerone tratta dell'occasione, occasio, nel suo De officiis, all'interno della trattazione del concetto di decoro, cioè il senso della misura, dell'appropriatezza, dell'opportunità.
Ecco il passo (De officiis I, 142-143):




...E, naturalmente, il Capitolo Dell'Occasione ;)

- Chi se' tu, che non par' donna mortale,
di tanta grazia el ciel t'adorna e dota?
Perché non posi? e perché a' piedi hai l'ale? -
- Io son l'Occasione, a pochi nota;
e la cagion che sempre mi travagli,
è perch'io tengo un piè sopra una rota.
Volar non è ch'al mio correr s'agguagli;
e però l'ali a' piedi mi mantengo,
acciò nel corso mio ciascuno abbagli.
Li sparsi mia capei dinanti io tengo;
con essi mi ricuopro il petto e 'l volto,
perch'un non mi conosca quando io vengo.
Drieto dal capo ogni capel m'è tolto,
onde invan s'affatica un, se gli avviene
ch'i' l'abbi trapassato, o s'i' mi volto. -
- Dimmi: chi è colei che teco viene? -
- È Penitenzia; e però nota e intendi:
chi non sa prender me, costei ritiene.
E tu, mentre parlando il tempo spendi,
occupato da molti pensier vani,
già non t'avvedi, lasso! e non comprendi
com'io ti son fuggita tra le mani. 


31/10/17

La magnanimità, concetto antico


 Imagen relacionada In Cicerone, la magnanimitas, insieme alla fortitudo (fortezza) viene definita con l’espressione «animi excelsi atque invicti magnitudo ac vis» ("grandezza e forza di un animo eccelso e invitto"; cfr. De officiis I, 15). 
La magnanimitas teorizzata da Aristotele  (Etica Nicomachea, 1123a-1125b) si defiisce come «una specie di ornamento delle virtù: essa infatti le rende più grandi e non può sorgere senza di esse» (1124a). Aristotele insiste anche sulla moderazione e l’autocontrollo del magnanimus, e con questa serie di tratti il concetto passa all'epoca umanistica e al Rinascimento, che ne intravede le potenzialità per la caratterizzazione dell'"uomo forte", il princeps o il "principe civile" machiavelliano.

Essa finisce per riunire in sé tutte le virtù politiche: come scrive ai primi del Cinquecento l'umanista e politico Giovanni Pontano, «Non si tratta di essere solo benefico... né solo cultore della giustizia, la temperanza e la continenza, ma anche della fortezza, perché anche se i pericoli e le situazioni di pericolo in cui si mette in gioco la vita sono la materia stessa della fortezza e quasi il suo campo d'azione, tuttavia anche la magnanimità si esercita in queste cose e cerca in esse onore e gloria» (De magnanimitate, XXXIII, 2).

11/10/17

Vi fu un tempo....

Cicerone, De inventione, I, 2
Resultado de imagen de uomini lavorando la terra antichi
Nam fuit quoddam tempus, cum in agris homines passim bestiarum modo vagabantur et sibi victu fero vitam propagabant nec ratione animi quicquam, sed pleraque viribus corporis administrabant, nondum divinae religionis, non humani officii ratio colebatur, nemo nuptias viderat legitimas, non certos quisquam aspexerat liberos, non, ius aequabile quid utilitatis haberet acceperat. Ita propter errorem atque inscientiam caeca ac temeraria dominatrix animi cupiditas ad se explendam viribus corporis abutebatur, perniciosissimis satellitibus. Quo tempore quidam magnus videlicet vir et sapiens cognovit quae materia esset et quanta ad maximas res opportunitas in animis inesset hominum, si quis eam posset elicere et praecipiendo meliorem reddere; qui dispersos homines in agros et in tectis silvestribus abditos ratione quadam conpulit unum in locum et congregavit et eos in unam quamque rem inducens utilem atque honestam primo propter insolentiam reclamantes, deinde propter rationem atque orationem studiosius audientes ex feris et immanibus mites reddidit et mansuetos.

Ci fu un tempo in cui gli uomini vagavano qua e là nei campi come bestie e si procuravano da vivere col cibo selvatico, non facevano le cose con razionalità, ma si basavano per lo più sulla forza fisica; non si praticava ancora il culto religioso né si seguiva un criterio nella suddivisione dei ruoli umani; nessuno aveva mai visto matrimoni regolati dalle leggi né il concetto di figli legittimi, né aveva compreso quali vantaggi portasse l’uguaglianza giuridica. E così per errore ed ignoranza la passione, dominatrice cieca e incontrollata dell’animo, per soddisfare i propri bisogni si avvaleva in modo irrazionale della forza fisica, compagna rovinosissima. In quel tempo, qualcuno, evidentemente grande e saggio, si rese conto di quale potenziale innato e di quanta attitudine a cose straordinarie fosse insita nella mente degli esseri umani, se solo si fosse potuto tirarla fuori e migliorarla con l’educazione; costui grazie alla ragione fece sì che la gente disseminata nei campi e riparata in dimore di fortuna in mezzo ai boschi si raccogliesse in uno stesso luogo e vi si riunisse per una vita associata e, portandoli a capire il concetto di utilità e di dignità, mentre in un primo tempo recalcitravano perché non vi erano abituati, poi prestavano ascolto con sempre maggior interesse per la componente della razionalità e della parola di cui erano dotati, li fece diventare da esseri bestiali e disumani a creature civili.