Una lettura non mainstream del capitolo IX del Principe.
Blog di Letteratura italiana. Corso di Laurea Magistrale. Università di Napoli "L'Orientale".
Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post
06/03/19
17/12/17
30/11/17
Il tiranno biblico
(I Samuele 10-18)10 Samuele riferì tutte le parole del SIGNORE al popolo che gli domandava un re. 11 Disse: «Questo sarà il modo di agire del re che regnerà su di voi. Egli prenderà i vostri figli e li metterà sui carri e fra i suoi cavalieri e dovranno correre davanti al suo carro; 12 ne farà dei capitani di migliaia e dei capitani di cinquantine; li metterà ad arare le sue terre e a mietere i suoi campi, a fabbricare i suoi ordigni di guerra e gli attrezzi dei suoi carri. 13 Prenderà le vostre figlie per farsene delle profumiere, delle cuoche, delle fornaie. 14 Prenderà i vostri campi, le vostre vigne, i vostri migliori uliveti per darli ai suoi servitori. 15 Prenderà la decima delle vostre sementi e delle vostre vigne per darla ai suoi eunuchi e ai suoi servitori. 16 Prenderà i vostri servi, le vostre serve, il fiore della vostra gioventù e i vostri asini per adoperarli nei suoi lavori. 17 Prenderà la decima delle vostre greggi e voi sarete suoi schiavi. 18 Allora griderete a causa del re che vi sarete scelto, ma in quel giorno il SIGNORE non vi risponderà».
20/11/17
Cicerone, Machiavelli e l'Occasione
E essaminando le azioni e vita loro, non si vede che quelli avessino altro da la fortuna che la occasione, la quale dette loro materia a potere introdurvi drento quella forma che parse loro: e sanza quella occasione la virtù dello animo loro si sarebbe spenta, e sanza quella virtù la occasione sarebbe venuta invano.
(Il Principe, cap. VI)
Ecco il passo (De officiis I, 142-143):
...E, naturalmente, il Capitolo Dell'Occasione ;)
| - Chi se' tu, che non par' donna mortale, |
| di tanta grazia el ciel t'adorna e dota? |
| Perché non posi? e perché a' piedi hai l'ale? - |
| - Io son l'Occasione, a pochi nota; |
| e la cagion che sempre mi travagli, |
| è perch'io tengo un piè sopra una rota. |
| Volar non è ch'al mio correr s'agguagli; |
| e però l'ali a' piedi mi mantengo, |
| acciò nel corso mio ciascuno abbagli. |
| Li sparsi mia capei dinanti io tengo; |
| con essi mi ricuopro il petto e 'l volto, |
| perch'un non mi conosca quando io vengo. |
| Drieto dal capo ogni capel m'è tolto, |
| onde invan s'affatica un, se gli avviene |
| ch'i' l'abbi trapassato, o s'i' mi volto. - |
| - Dimmi: chi è colei che teco viene? - |
| - È Penitenzia; e però nota e intendi: |
| chi non sa prender me, costei ritiene. |
| E tu, mentre parlando il tempo spendi, |
| occupato da molti pensier vani, |
| già non t'avvedi, lasso! e non comprendi |
| com'io ti son fuggita tra le mani. |
15/11/17
Massime dal "Principe".
Tutti gli Stati, tutti i dominii che hanno avuto, e hanno imperio sopra gli uomini, sono stati e sono o Repubbliche o Principati. I principati sono o ereditari, de' quali il sangue del loro Signore ne sia stato lungo tempo Principe, o e' sono nuovi. I nuovi o sono nuovi tutti, come fu Milano a Francesco Sforza, o sono come membri aggiunti allo stato ereditario del Principe che gli acquista, come è il Regno di Napoli al Re di Spagna. Sono questi dominii, così acquistati, o consueti a vivere sotto un Principe, o usi ad esser liberi; ed acquistansi o con le armi di altri o con le proprie, o per fortuna o per virtù.
(Il Principe, incipit).
La natura de' populi è varia; ed è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile fermarli in quella persuasione.
(cap. VI)
Perché in ogni città si trovano questi duoi umori diversi, e nascono da questo, che il popolo desidera non esser comandato nè oppresso da' grandi, e i grandi desiderano comandare e opprimere il popolo; e da questi duoi appetiti diversi surge nelle città uno de' tre effetti, o Principato, o Libertà, o Licenza. (cap. IX)
Quello del popolo è più onesto fine che quel de' grandi, volendo questi opprimere, e quello non essere oppresso (cap. IX).
E molti si sono imaginati republiche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero; perché egli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si doverrebbe fare impara piuttosto la ruina che la perservazione sua: perché uno uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni. Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, e usarlo e non l’usare secondo la necessità. (cap. XV)
Deve nondimeno il Principe farsi temere in modo, che, se non acquista l'amore, e' fugga l'odio, perché può molto bene stare insieme esser temuto, e non odiato; il che farà, semprechè s'astenga dalla roba de' suoi cittadini, e de' suoi sudditi, e dalle donne loro. (cap. XVII)
Nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de' Principi, dove non è giudizio a chi reclamare, si guarda al fine. Facci adunque un Principe conto di vivere e mantenere lo Stato; i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli, e da ciascuno lodati (cap. XVIII)
Gli uomini in universale giudicano più agli occhi che alle mani, perché tocca a vedere a ciascuno, a sentire a pochi. Ognun vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei (cap. XVIII)
Nondimanco, perché il nostro libero arbitrio non sia spento, giudico potere esser vero, che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che ancora ella ne lasci governare l'altra metà, o poco meno, a noi. Ed assomiglio quella ad fiume rovinoso, che quando ei si adira, allaga i piani, rovina gli arbori e gli edifici, lieva da questa parte terreno, ponendolo a quell'altra; ciascuno gli fugge davanti, ognuno cede al suo furore, senza potervi ostare; e benché sia così fatto, non resta però che gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi possino fare provvedimenti e con ripari, e con argini, immodoché crescendo poi, o egli andrebbe per un canale, o l'impeto suo non sarebbe sì licenzioso, né sì dannoso. Similmente interviene della fortuna, la quale dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resistere, e quivi volta i suoi impeti, dove la sa che non sono fatti gli argini, né i ripari a tenerla. (cap. XXV)
31/10/17
La magnanimità, concetto antico
La magnanimitas teorizzata da Aristotele (Etica Nicomachea, 1123a-1125b) si defiisce come «una specie di ornamento delle
virtù: essa infatti le rende più grandi e non può sorgere senza di esse»
(1124a). Aristotele insiste anche sulla moderazione e l’autocontrollo del magnanimus, e con questa serie di tratti il concetto passa all'epoca umanistica e al Rinascimento, che ne intravede le potenzialità per la caratterizzazione dell'"uomo forte", il princeps o il "principe civile" machiavelliano.
Essa finisce per riunire in sé tutte le virtù politiche: come scrive ai primi del Cinquecento l'umanista e politico Giovanni Pontano, «Non si tratta di essere solo benefico... né solo cultore della giustizia, la temperanza e la continenza, ma anche della fortezza, perché anche se i pericoli e le situazioni di pericolo in cui si mette in gioco la vita sono la materia stessa della fortezza e quasi il suo campo d'azione, tuttavia anche la magnanimità si esercita in queste cose e cerca in esse onore e gloria» (De magnanimitate, XXXIII, 2).
08/10/17
04/11/15
L'Arco di Alfonso
L'Arco di trionfo fatto costruire da Alfonso d'Aragona per celebrare la sua entrata trionfale in Napoli (1443) è il simbolo del nuovo potere aragonese. Un potere "nuovo" perché basato sui presuppposti già moderni di consenso e legittimità non solo e non tanto "di sangue" quanto "di virtù": il governo si giustifica attraverso il suo esercizio virtuoso e non per la mera discendenza. I maestri da cui i moderni traggono le linee guida dell'azione politica virtuosa sono i classici antichi rivisitati e aggiornati: questo è l'umanesimo.
Iscriviti a:
Post (Atom)



