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12/03/20

Il Principe: verità e scienza

Un articolo "classico" di Massimo L. Salvadori sul significato politico dell'opera e su concetti come imitazione dell'Antichità, virtù o forza. Arricchisce e completa il quadro tracciato nel Profilo.

11/03/20

Profilo di Machiavelli


Niccolò Machiavelli (1469-1527)
Risultato immagini per machiavelli ritratto

Nasce a Firenze (San Casciano in Val di Pesa) da una famiglia di nobili origini (i Machiavelli erano stati signori di Montespertoli trasferitisi a Firenze, sottomettendosi alla sua legge e dividendone le glorie), famiglia guelfa che dette alla città ben tredici Gonfalonieri di giustizia e una cinquantina di Priori; la stirpe della madre originaria di Fucecchio era altresí di antica nobiltà e la famiglia dette a Firenze un Gonfaloniere e cinque priori. 

Interessato alla politica già nella giovinezza, approfittò della costituzione della Repubblica di Firenze per cercare di partecipare alla vita politica della sua città. Nel 1498, dopo la cacciata dei Medici da Firenze e la fine dell’avventura politica e religiosa del frate Girolamo Savonarola, Machiavelli fu eletto Segretario della Seconda cancelleria della Repubblica fiorentina, assumendo importanti funzioni, tra cui quella di viaggiare all’estero per informare la città sui principali provvedimenti presi dai più importanti governi europei. Il contatto diretto con le varie forme di governo, assieme alla sua passione per i classici antichi e per la “teoria politica” in generale, contribuirono alla formazione del suo pensiero.
Nel 1513, con il ritorno dei Medici a Firenze in seguito ad accordi presi con il re di Spagna, Machiavelli, troppo compromesso con il governo precedente, venne incarcerato, torturato e infine confinato nella sua villa in un paesino vicino a Firenze, Sant’Andrea in Percussina. Qui, tra le giornate rese lunghe dall’ozio forzato, comincia a scrivere il suo libro più famoso, Il Principe.
Nel 1516 inizia a frequentare le riunioni nei giardini del Palazzo Rucellai (gli Orti Oricellari) dove discuteva di argomenti letterari, filosofici e politici. In questi anni compone opere come La Mandragola e la novella Belfagor arcidiavolo. Nel frattempo il rapporto di Machiavelli con i Medici si rasserena, almeno in parte: il cardinale Giulio de’ Medici, futuro papa Clemente VII, gli commissiona la stesura delle Istorie fiorentine.
Nel 1521 conosce personalmente a Carpi Francesco Guicciardini con cui stringe un’amicizia testimoniata da molte lettere. Dopo pochi anni torna a ricoprire alcuni incarichi per i Medici, anche se di poca importanza. Quando, il 6 maggio 1527, avviene il sacco di Roma e la caduta del regime mediceo, Machiavelli decide di tornare a Firenze. Muore improvvisamente il 21 giugno 1527.

Il Principe. Un’indagine sistematica su una forma di governo e sui meccanismi del suo funzionamento. La lettera a Francesco Vettori (10 dicembre 1513) > Titolo: De principatibus.
Problema della datazione. Principali ipotesi: 1513, seconda metà: ipotesi tradizionale (Chabod); 1513-14 (Sasso); 1513, con aggiunte e modificazioni di entità significativa fino all’inverno ‘18-’19, quando comincia a circolare in una cerchia ristretta (Martelli): ciò sarebbe provato dall’Ehortatio finale (capitolo XXVI), possibile solo dopo la conquista medicea del Ducato di Urbino, quando si prospettava per Firenze un assetto monarchico (1518). In seguito, M. non si sarebbe preoccupato del labor limae, lasciando piccole incongruenze, che ne fanno un «libro in divenire», secondo un modo comune di lavorare del M. (Marchand).
Quest’ultima visione, ripresa anche dal Bausi, probabilmente pecca di esagerazione: Il Principe è un libro dove solo l’eccessivo rigore dei filologi trova incongruenze, a loro dire significative; e invece, si tratta di un testo ben calcolato e fortemente coeso.

Partizione della materia:
Capitoli I-XI: tipologia del principato; strategie da seguire per garantirsi un governo sicuro in situazioni differenti. Il suo interesse, menzionati rapidamente i principati ereditari, si centra su quelli «nuovi» (oggetto “ideale” di analisi razionale). III-IV > province annesse a uno Stato già formato.
VI-IX > principati interamente nuovi («nuovi tutti») costituiti da personaggi eccezionali. VI: Coloro che pervengono al principato con le armi proprie (Teseo, Ciro, Romolo) > virtù fortuna e occasione; uso della forza: i «profeti armati» sono quelli che vincono; i “profeti disarmati” sono destinati alla sconfitta (come Girolamo Savonarola). VII: coloro che giungono al potere grazie alla fortuna: il Valentino, che alla fortuna aggiunge la virtus. La politica ha leggi che possono garantire il successo se osservate; ma in caso contrario porta alla rovina. VIII: coloro che hanno acquistato il principato attraverso scelleratezze (violenza estrema): ess.: Agatocle, Liverotto da Fermo > li condanna, non in assoluto ma perché non hanno saputo usare la forza con misura e senso dell’opportunità. IX: quanti pervengono al principato con l’aiuto dei cittadini: la politica di alleanze (“principato civile”).
X-XI > lotta contro il nemico esterno; principato ecclesiastico (molto particolare perché di fondazione “divina” e non umana).  

Capitoli XII-XXIV. Vita interna dello Stato e caratteristicche personal6i del principe.   XII-XIV: problema della milizia.
XV > passaggio alle qualità personali del princeps (attacco ai trattatisti precedenti) > la questione del realismo machiavelliano.
XVI-XIX > liberalitas/parsimonia; amor/timor: se nella gestione dello Stato sia più efficace                  suscitare amore o incutere timore (XVII); “audacia del leone, astuzia della volpe” (XVIII);                   risoluto e deciso (contro il “temporeggiare” fiorentino) (XIX).
XX-XXIII > situazioni specifiche: le fortezze, la stima dei sudditi, i consiglieri (“ministri”), gli               adulatori.
XXIV > cause per cui i governanti d’Italia hanno perduto i loro Stati.

Capitoli XXV-XXVI. XXV: la Fortuna, nemica della virtus: volontarismo, audacia impetuosa («la Fortuna è donna», celebre metafora). XXVI: Exhortatio a liberare l’Italia.

Un’altra partizione (M. Martelli): I-XIV: tipi di principato, problemi delle milizie, compiti militari del principe; XV-XXVI: comportamento del principe > in tal modo si spiegano le due forme del titolo: De principatibus (in latino, nella lettera a Vettori: per la prima parte); Il Principe, titolo vulgato (per la seconda parte).

Costanti ideologiche: la Natura umana è “aperta” (varia, contraddittoria) e immutabile nel corso del tempo; la realtà oggettiva dotata di leggi proprie, da conoscere. «Verità effettuale»: ‘effettiva’, ‘che produce effetti’ (contrapposta all’ideale, all’utopistico). La virtù indipendente dalla morale. Caratteri del buon principe.
Problema del presunto “repubblicanesimo” di M. > il suo pensiero si sviluppa nel tempo ed è vario: per lui conta l’efficacia più delle forme di governo. In linea di principio, sarebbe “repubblicano” (forma che lui chiama “vivere libero” della comunità = “senza un re”); ma nei fatti comprende che le circostanze possono richiedere un principe, un governo assoluto più solido e meno conflittuale. Comunque non è mai repubblicano “puro”: durante gli anni di impegno politico (fino al 1513) è piuttosto su posizioni oligarchiche, si schiera con il Gonfaloniere Pier Soderini; poi, dopo la “riabilitazione” è con i Medici. Il principe civile mediceo, soluzione in funzione dell’unificazione d’Italia. M. abbandona definitivamente le speranze repubblicane tra la caduta di Soderini (1512) e la morte di Lorenzo il giovane.

I Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio. Un libro incompiuto, come prova la frequenza degli errori e delle imperfezioni: su 58 citazioni da Livio, solo 9 sono corrette (Ridley) > la cultura di M. non è propriamente umanistica: non scrive in latino, non è filologo. La sua è una cultura varia, ricca, ma disordinata: classici antichi, ma anche testi della tradizione volgare fiorentina, e testi giuridici.
Una prima bozza dei Discorsi si intitolava il Libro delle repubbliche, come annuncia nel Principe. Una genesi dunque che va dagli anni soderiniani (1506-12, prob. 1510-‘11), alla stesura della forma attuale del libro, anni ’17-’18.
Struttura: in tre libri come un commento ai primi dieci libri dell’Ab Urbe condita di Tito Livio, divisi secondo il criterio di analizzare prima i fatti accaduti a Roma per consiglio pubblico, poi ciò che i Romani fecero all’esterno, infine le azioni di quegli uomini che, per le loro doti particolari, contribuirono alla grandezza romana.
La finalità non è un semplice omaggio all’antichità, ma una sua rilettura in funzione delle esigenze pratiche del suo tempo. Riflettendo sulla crisi della Repubblica romana, M. affronta il tema della diversità delle forme di governo, che facilmente possono scivolare nella degenerazione: il principe buono può diventare tiranno, che può essere sconfitto dagli Ottimati (aristocratici), che a loro volta possono divenire oligarchi, abbattuti da una repubblica popolare che però tende alla licenziosità.
L’analisi di M. giunge alla conclusione di considerare il conflitto come motore dell’azione politica: lo scontro tra patrizi e plebei in Roma fu un bene (Discorsi, I, 4), in grado di far crescere la comunità politicamente e militarmente attraverso la continua competizione e il continuo equilibrio di poteri.
Emerge in maniera evidente la riflessione sulla repubblica e sulla libertà politica. Il suo “repubblicanesimo” è in primo luogo adesione ai principi del «vivere politico civile», cioè all’ideale di una repubblica fondata sul governo della legge e del bene comune. Ma anche qui non si tratta di repubblicanesimo “assoluto”, bensì di affrontare il problema del potere e dello Stato da un’altra angolatura, ricollegandosi alla grande tradizione fiorentina quattrocentesca, da Coluccio Salutati a Leonardo Bruni (che polemizza contro Milano), a Poggio Bracciolini che difende Scipione contro Guarino che esalta Cesare (avversato da Machiavelli), a Giovanni Cavalcanti o Matteo Palmieri. Di fatto, in generale l’opposizione è (I, 25) tra il «vivere politico» e la tirannide intesa come potere al di sopra delle leggi e alla corruzione intesa come degenerazione del vivere civile. D’altra parte, le posizioni repubblicane vi convivono con esaltazioni dell’oligarchia veneziana e addirittura con spunti monarchici.
Da non trascurare il pregio stilistico: il “nitore della prosa”, la verve novellistica (Martelli).

L’arte della guerra (1521, unico testo a stampa in vita di M.) sottolinea nei suoi 7 libri come la capacità militare costituisca un valore fondamentale per dare stabilità a un governo. Pertanto un buon reggitore di uno Stato non può in alcun modo ignorarla, se vuole evitare i grandi spaventi (1. VIII) cui erano stati condannati «i nostri principi italiani» quando avevano ritenuto che «bastasse sapere negli scrittoi pensare una acuta risposta a una bella lettera». Facendo tesoro dell’esperienza dei Romani, è necessario fare uso di una milizia propria, che abbiano virtù civili alla capacità militare, evitando il ricorso a soldati di professione, che nella difesa di una patria non possono possedere quello slancio ideale proprio di chi vi appartiene.

Le Istorie fiorentine, furono presentate al papa Giulio II nel 1526. In otto libri, dopo un'introduzione generale sulla storia d'Italia e d'Europa (libro I), tratta la storia di Firenze dal 1215 (origine della lotta tra Guelfi e Ghibellini) alla morte di Lorenzo il Magnifico (1492) Machiavelli attribuisce proprio al papato le responsabilità di quella disunione che aveva portato alla decadenza italiana, e in particolare quella di Firenze, dilaniata da contese di carattere privato dovute alla litigiosità e alla visione limitata della classe dirigente

10/03/20

Antichità repubblica e tirannide nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio

Qui trovate i testi tratti dai Discorsi di Machiavelli, che trattano:

1) Proemio: rapporto dei moderni con gli Antichi (soprattutto i greci e i romani);

2) libro I, cap. 2: i diversi sistemi di governo, secondo la teoria di Polibio dell'anaciclosi (trovate un link in proposito qui nel blog);

3) libro I, cap. X: la fondazione degli Stati ("repubbliche") e il concetto di tirannide.
Presto caricherò dei video esplicativi.

29/11/17

Il judo e Machiavelli (o viceversa)

Resultado de imagenResultado de imagen de jigoro kano Il Judo, quest'antica e iper-regolamentata arte di lotta giapponese, è una pratica molto machiavelliana. L’arte di invertire i pronostici. Il debole vince il forte, la forza dell'altro usata per moltiplicare la propria - come si vide nel lontano 1886, quando i giovani judoka di Jigoro Kano, il padre fondatore del Judo, si imposero all’onnipontente scuola di ju-jutsu (la dura arte marziale sino ad allora imperante) del Maestro Hikosuke Totsuka, nel titanico scontro per il titolo di allenatori ufficiali della polizia di Tokio.

Il Judo fa della debolezza, forza, perché non è altro che un insieme di pratiche per imbrigliare un aggressore, ma - più ancora e più in generale - per imparare a valutare, soppesare, sempre, l'esatta dimensione degli altri, la reale consistenza - il fiato il sudore lo sguardo ravvicinato lo sforzo la speranza la disperazione... - di un individuo, dell'individuo.

Il Judo è cedevole, flessibile, adattabile – ju, come il giunco. Ma sa cadere. Per questo si rialza.
E quando si rialza, sa dove andare, conosce la via per proseguire: –do, la “via”, appunto, il “sentiero”, il percorso: in senso fisico e in senso spirituale, perché, al pari dei migliori di noi, gli orientali sanno che queste dimensioni non si possono e non si devono scindere.

E certo, anche il judo nasce da un fratricidio - come Roma, come le grandi imprese: “Kano scelse per il suo metodo il nome di Judo, ma per distinguersi da un'altra scuola, Jikishin Ryu, che aveva usato questo termine, completò il nome in Judo Kodokan” (Storia del judo, Uisp Nazionale).

Jigoro Kano, il padre fondatore, lasciò detto: 
«Il Judo non è soltanto uno sport. Io lo considero un principio di vita, un’arte e una scienza [...]. Deve essere libero da qualsiasi influenza esteriore, politica, nazionalista, razziale, economica, od organizzata per altri interessi. Tutto ciò che lo riguarda non dovrebbe tendere che a un solo scopo: il bene dell’umanità».  Proprio come la Politica.


...E no, questo non si porta all'esame. ;)

20/11/17

Cicerone, Machiavelli e l'Occasione

E essaminando le azioni e vita loro, non si vede che quelli avessino altro da la fortuna che la occasione, la quale dette loro materia a potere introdurvi drento quella forma che parse loro: e sanza quella occasione la virtù dello animo loro si sarebbe spenta, e sanza quella virtù la occasione sarebbe venuta invano.
(Il Principe, cap. VI)

Cicerone tratta dell'occasione, occasio, nel suo De officiis, all'interno della trattazione del concetto di decoro, cioè il senso della misura, dell'appropriatezza, dell'opportunità.
Ecco il passo (De officiis I, 142-143):




...E, naturalmente, il Capitolo Dell'Occasione ;)

- Chi se' tu, che non par' donna mortale,
di tanta grazia el ciel t'adorna e dota?
Perché non posi? e perché a' piedi hai l'ale? -
- Io son l'Occasione, a pochi nota;
e la cagion che sempre mi travagli,
è perch'io tengo un piè sopra una rota.
Volar non è ch'al mio correr s'agguagli;
e però l'ali a' piedi mi mantengo,
acciò nel corso mio ciascuno abbagli.
Li sparsi mia capei dinanti io tengo;
con essi mi ricuopro il petto e 'l volto,
perch'un non mi conosca quando io vengo.
Drieto dal capo ogni capel m'è tolto,
onde invan s'affatica un, se gli avviene
ch'i' l'abbi trapassato, o s'i' mi volto. -
- Dimmi: chi è colei che teco viene? -
- È Penitenzia; e però nota e intendi:
chi non sa prender me, costei ritiene.
E tu, mentre parlando il tempo spendi,
occupato da molti pensier vani,
già non t'avvedi, lasso! e non comprendi
com'io ti son fuggita tra le mani. 


15/11/17

Massime dal "Principe".

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  Tutti gli Stati, tutti i dominii che hanno avuto, e hanno imperio sopra gli uomini, sono stati e sono o Repubbliche o Principati. I principati sono o ereditari, de' quali il sangue del loro Signore ne sia stato lungo tempo Principe, o e' sono nuovi. I nuovi o sono nuovi tutti, come fu Milano a Francesco Sforza, o sono come membri aggiunti allo stato ereditario del Principe che gli acquista, come è il Regno di Napoli al Re di Spagna. Sono questi dominii, così acquistati, o consueti a vivere sotto un Principe, o usi ad esser liberi; ed acquistansi o con le armi di altri o con le proprie, o per fortuna o per virtù.
(Il Principe, incipit).

La natura de' populi è varia; ed è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile fermarli in quella persuasione.
(cap. VI)

Perché in ogni città si trovano questi duoi umori diversi, e nascono da questo, che il popolo desidera non esser comandato nè oppresso da' grandi, e i grandi desiderano comandare e opprimere il popolo; e da questi duoi appetiti diversi surge nelle città uno de' tre effetti, o Principato, o Libertà, o Licenza.  (cap. IX)

Quello del popolo è più onesto fine che quel de' grandi, volendo questi opprimere, e quello non essere oppresso (cap. IX).

E molti si sono imaginati republiche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero; perché egli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si doverrebbe fare impara piuttosto la ruina che la perservazione sua: perché uno uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni. Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, e usarlo e non l’usare secondo la necessità. (cap. XV)

Deve nondimeno il Principe farsi temere in modo, che, se non acquista l'amore, e' fugga l'odio, perché può molto bene stare insieme esser temuto, e non odiato; il che farà, semprechè s'astenga dalla roba de' suoi cittadini, e de' suoi sudditi, e dalle donne loro. (cap. XVII)

Nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de' Principi, dove non è giudizio a chi reclamare, si guarda al fine. Facci adunque un Principe conto di vivere e mantenere lo Stato; i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli, e da ciascuno lodati (cap. XVIII)

Gli uomini in universale giudicano più agli occhi che alle mani, perché tocca a vedere a ciascuno, a sentire a pochi. Ognun vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei (cap. XVIII)

Nondimanco, perché il nostro libero arbitrio non sia spento, giudico potere esser vero, che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che ancora ella ne lasci governare l'altra metà, o poco meno, a noi. Ed assomiglio quella ad fiume rovinoso, che quando ei si adira, allaga i piani, rovina gli arbori e gli edifici, lieva da questa parte terreno, ponendolo a quell'altra; ciascuno gli fugge davanti, ognuno cede al suo furore, senza potervi ostare; e benché sia così fatto, non resta però che gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi possino fare provvedimenti e con ripari, e con argini, immodoché crescendo poi, o egli andrebbe per un canale, o l'impeto suo non sarebbe sì licenzioso, né sì dannoso. Similmente interviene della fortuna, la quale dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resistere, e quivi volta i suoi impeti, dove la sa che non sono fatti gli argini, né i ripari a tenerla. (cap. XXV)


31/10/17

La magnanimità, concetto antico


 Imagen relacionada In Cicerone, la magnanimitas, insieme alla fortitudo (fortezza) viene definita con l’espressione «animi excelsi atque invicti magnitudo ac vis» ("grandezza e forza di un animo eccelso e invitto"; cfr. De officiis I, 15). 
La magnanimitas teorizzata da Aristotele  (Etica Nicomachea, 1123a-1125b) si defiisce come «una specie di ornamento delle virtù: essa infatti le rende più grandi e non può sorgere senza di esse» (1124a). Aristotele insiste anche sulla moderazione e l’autocontrollo del magnanimus, e con questa serie di tratti il concetto passa all'epoca umanistica e al Rinascimento, che ne intravede le potenzialità per la caratterizzazione dell'"uomo forte", il princeps o il "principe civile" machiavelliano.

Essa finisce per riunire in sé tutte le virtù politiche: come scrive ai primi del Cinquecento l'umanista e politico Giovanni Pontano, «Non si tratta di essere solo benefico... né solo cultore della giustizia, la temperanza e la continenza, ma anche della fortezza, perché anche se i pericoli e le situazioni di pericolo in cui si mette in gioco la vita sono la materia stessa della fortezza e quasi il suo campo d'azione, tuttavia anche la magnanimità si esercita in queste cose e cerca in esse onore e gloria» (De magnanimitate, XXXIII, 2).